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April 11 Moderno Vagabondo ( II )Ben presto mi resi conto di ciò che mi affaticava nella vita normale. Non dovettero passare molti giorni all’addiaccio per comprendere quali libertà avevo ottenuto, libertà che mai avrei potuto nemmeno sperare di inseguire nella vita di prima.
Arrivato alla mia meta, dopo un lungo ed estenuante viaggio, mi ritrovai solo sotto una pioggia battente, senza sapere dove andare, senza sapere a chi chiedere aiuto e consiglio. Mi misi il zaino in spalla e mi incamminai in una direzione a caso, mosso da un vago istinto. Sotto quella doccia, così pesante da impedire il mio cammino alla stregua di una parete messa sul capo, mi lavai completamente da ogni residuo della vita precedente. Mi lavai dei miei obblighi, dei miei doveri, dei miei soldi, dei miei famigliari, dei miei amici, del mio amore. Mi lavai di tutto ciò, senza assolutamente cercare di dimenticare nulla e nessuno, ma il pensiero costante delle cose amate perdute ci rende facilmente irritabili, ansiosi e tristi, ed io volli fin da principio evitare stati d’animo che non mi avrebbero permesso di vivere nuovamente. Così camminando mi imbattei in una compagnia di senzatetto che mi invitarono a passare almeno quella notte con loro, per non fare una brutta fine dicevano alcuni. Accettai l’invito fino al termine dei temporali, ma passarono un paio d’anni o forse anche poco più prima che abbandonai quei ragazzi. Avevano tutti più o meno la mia età, e non erano persone curiose, cosa che mi piacque molto. Nessuno mi chiese nulla della mia vita, nonostante tutti si rendessero conto dalle mie abitudini che fossi nuovo in quel mondo, finché non fui io a raccontare. Passarono mesi prima di quel momento. Finalmente non dovevo adeguarmi agli orari di nessuno, non dovevo restringere i miei desideri poiché d’intralcio a qualcuno. Finalmente non dovevo abbassare il capo davanti a ignoranti cronici, finalmente non dovevo avere timore di dire qualcosa, finalmente appresi il vero significato di libertà d’espressione. Finalmente non dovevo più limitare il mio corpo a quattro silenziose pareti, il solo pensiero di dover dormire al chiuso mi faceva venire la claustrofobia. Finalmente non dovevo vivere secondo abitudini stabilite da altrui. Finalmente avevo perso legami affettivi che mi tenevano legati al posto in cui vivevo. Finalmente persi il vizio di dire, fare e pensare cose solo in relazione a chi avessi di fronte e alla situazione in cui mi trovassi. Nonostante l’egoismo di tali affermazioni, mi resi conto che non potevo desiderare altra vita se non quella, mi resi conto che nulla potesse andare meglio. Finalmente potei vivere alla giornata, decidere appena sveglio cosa fare lungo le ore di sole, dove andare, cosa mangiare, come trovare da mangiare ed infine dove, come e con chi dormire. Finalmente potei passare giornate intere ad osservare pescatori intenti a procurarsi il cibo, o semplicemente intenti a divertirsi con la vita di animali pressoché indifesi. Finalmente potei passare giornate intere seduto su una panchina al parco, all’ombra di vecchi alberi, osservando bambini dal futuro facilmente prevedibile, adulti frustrati pieni di impegni che avrebbero volentieri evitato, e vecchi pacati e tranquilli che ripensavano alle scelte, giuste o sbagliate, della loro vita e proiettandole verso il prossimo con discorsi spesso incomprensibili. Finalmente potei passare le mie giornate lungo strade affollate, strade deserte, senza essere notato da nessuno, invisibile. Passeggiavo per ore, spesso per giorni non mi vedevano tornare al punto di ritrovo in cui dormivamo. Tale punto veniva cambiato ogni circa due-tre settimane, quindi era ben facile calcolare il tempo a mia disposizione per poter stare via. Ovunque andassi vedevo sempre stesse cose, stesse facce depresse e stanche, stessi figuranti in una vita che sempre meno aveva di reale. Stessi vestiti, stessi trucchi, stesse marche, stesse pseudo-ideologie di vita. Migliaia di comparse identiche affollavano ogni posto in cui mi recassi. Non potevo fare a meno di sorridere a tale visione. Sarò pure un reietto per voi, pensai, ma tutti voi vorreste almeno una minima parte della libertà di cui io godo, tutti voi vorreste per un giorno soltanto vivere come me, per poi tornare nella vostra mediocrità fatta di stesse situazioni, stessi luoghi, stesse persone. Io invece, continuai nel mio trionfante monologo interiore, posso svegliarmi una mattina sulla panchina di una stazione e decidere di scomparire per sempre dalla vostra città, dalla vostra regione, dal vostro stato o continente. Posso andare libero come il piccolo e povero petalo di pesco trasportato dal vento. Quello anche voi, in misure ben definite, poiché vi fate trasportare dal vento, anche se sempre uguale a se stesso. Mentre io sono vento e petalo, bufera e alberi sradicati, sole e tenebra, sono tutti voi e nessuno di voi. Per lunghi mesi, d’estate e d’inverno, osservai migliaia di situazioni e di vite in decine di posti differenti, e mai la mia idea di libertà cambiò, mai persi il mio concetto egoistico del viandante. Ancor oggi credo in quell’idea così lontana nel tempo, e nonostante questo all’epoca la mia vita prese una piega assai strana. All’improvviso mi trovai in un mondo malato a me già conosciuto dalla gioventù, e cominciai a chiedermi quale significato avesse avuto l’andarsene dal luogo in cui a fatica avevo costruito la mia vita scappando da un vivere pericoloso, per poi finire esattamente allo stesso modo. Di fatto è certo, la stupidità è una caratteristica innata nell’uomo, egli persevera nei suoi errori, ma le giuste cose solo una volta riesce a compierle, quasi per sbaglio. Un giorno mi ritrovai in mezzo ad una guerra, e mi stupii di trovarmici a mio agio così come quando da adolescente riuscii senza esitazione ad uccidere. SHABUI -10.04.2007-
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