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October 30 Verso i vent’anni attraversai un periodo di riscoperta di me
stesso, dopo un periodo di silenzio emotivo che come un muro mi divideva la
ragione dalla visione reale del mio io. Spesso allora vagavo in una Milano
silenziosa, di giorno, di notte, al tramonto e all’alba. Milano era per me una
città triste, grigia, un agglomerato di nulla che si sforzava di apparire
colorato, piena di tutto ma vuota allo stesso tempo. Nonostante ciò esercitava
su di me una forte attrazione,forse perché era infondo come me. Un grigio, buio
e vuoto individuo che lottava con sé stesso per apparire il più colorato
possibile agli altri, senza comprendere che entrambi riunissimo tutti i nostri
colori sotto un’unica bandiera nera, colore che tutti gli altri al suo interno
accomunava. Avevo compreso il significato della mia assenza di desiderio
carnale verso le donne. Altro non era che un forte desiderio di avere un ruolo
di “fratello maggiore”, e di conseguenza vedevo l’altro sesso come piccole
“sorelline” che avrei dovuto proteggere, che avrei dovuto soffrire per ciò,
altra via non mi era concessa. Questo processo credo si sia instaurato in me
poiché figlio unico, e forse in parte anche per un aborto di mia madre che
quasi le costò la vita. Di fatto ricordo oggi un giorno in particolare, in cui, in
uno dei miei vagabondaggi per la mia cara triste città, incontrai una donna per
cui provai istintivo amore, attrazione. La vidi seduta sul bordo della fontana
del Castello Sforzesco, con un’aria nobile, calma, distaccata. Provai
istintivamente simpatia per quella visione, così alta e così elegante. Non so
ancora oggi spiegarmi il motivo di una sensazione che provai subito in seconda
istanza, quella che io e lei fossimo uguali, stesse creature che vivessero ai
margini di una società che non li meritasse, che non li rispettasse. Altra cosa
che mi colpii quel giorno fu il fatto che ella leggesse “La Repubblica” di
Platone. Fu la prima volta che io vidi una donna leggere quel stupendo testo,
il che le conferì una spiritualità ancor maggiore, ancor più alta di quella che
trasmettesse la sua posa senza posa al bordo del grande castello. Sembrava ella
un dipinto, su uno sfondo medievale ancor vivo, ferma in un passato remoto.
Subito d’amore arsi. Riscoprii l’esistenza delle donne, per molto tempo precedente
evitate. Ma una cosa non cambiò in quel puro amore intellettuale, o meglio
dire, una cosa non mancò. Era l’assenza totale di desiderio carnale, e il
sempre presente istinto di protezione verso la donna. Ma l’amore che provai
quel giorno non era quello di un fratello maggiore, era vero amore verso una
donna. Fu quello anche il giorno in cui scoprii la soddisfazione di un amore
platonico, capii quanto esso fosse elevato, quanto fosse nobile, quanto fosse
staccato dalla mia condizione di poco più che ragazzo. Nonostante ciò non vidi
in questo alcun problema, il quale nasceva solo al momento di relazionarmi con
gli altri. Ma quale bisogno avevo io di relazionarmi con il mondo al momento
della mia scoperta del più alto amore possibile? Cos’era il mondo? Era solo
l’umanità, e ad essa bisogna essere superiori per indole! Cominciai a frequentare il grande Castello tutti i giorni al
medesimo orario in cui incontrai per la prima volta la mia amata. Quasi sempre
riuscii a scorgerla, anche solo per un istante che bastava per assecondare i
miei desideri d’amore. La felicità che provavo ad ogni nostro incontro era di
un’altezza superiore a qualsiasi altra io fossi mai giunto. La amavo. Lei
questo lo ignorava. Scoprii quindi la bellezza fragile di un amore segreto, isolato
unicamente alla mia mente, senza sofferenza. Scoprii che l’amore era
soddisfazione intellettuale e mentale, il resto perdé quel poco di significato
che ancor aveva per me. Mi abbandonai a quella storia immaginaria e senza futuro
attuabile, altri pensieri in quel periodo non attraversarono la mia mente.
Saltavo le ore di lezione pur di scorgere il mio amore solo per un piccolo
istante, e una felicità al limite della commozione mi invadeva i giorni in cui
ella restava per più tempo a leggere i suoi libri. Non so quanto tempo passò in
questo modo. Ma una vaga idea me la feci successivamente al ricordo delle opere
che le vidi sfogliare. Tutto cominciò con Platone, poi fu periodo dello
Zarathustra di Nietzsche, poi del “Poema Sulla Natura” di Parmenide, e infine del
Simposio del già citato Platone. Chi queste opere conosce può quindi intuire
per quanto tempo continuai a cullarmi nel mio amore immaginario e folle. Arrivò infine la morte. Arrivo infine la morte del mio
amore. Un giorno in cui osservavo la mia amata seduta sempre allo stesso posto,
vidi avvicinarsi a lei un uomo. La baciò. Lei chiuse il Simposio. Andarono
insieme in direzione del Duomo. Quello fu la fine del mio amore. Per due
ragioni. In primis, nella immaginazione platonica e idilliaca del mio amore, ella
non poteva essere sfiorata dal corpo di un uomo, mi convinsi che la mia
concezione d’amore fosse anche la sua. Ma la cosa che più colpì la mia sensibilità fu sicuramente
il modo brusco con cui chiuse il Simposio, come se nulla le importasse
dell’abbandono verso l’intelletto che così dimostrava, in nome di una amore
sicuramente carnale, sessuale, quale ella aveva con quel uomo. Quella fu
l’ultima volta che la vidi. Fu la prima in cui riuscii a vederla come oggetto
reale, di questo mondo, fatta di carne, e non come dipinto poetico che io di
essa feci nelle mie segrete fantasie.
SHABUI -30.10.2006- October 23 Dalla sofferenza Liberami Dalla rabbia Dal pianto Dalla distruzione e
illusione, Da queste catene
Solo un sogno Concedimi Solo un’illusione Solo un’eternità Riempita di vuoto
Solo una vita Cogli Solo la mia
Questo il mio
desiderio Questa la tua
compassione
Morte…
SHABUI -14.04.2006- Delle volte ci sono Momenti in cui a te
penso Col sorriso solare Occhi vivaci L’nome non so L’anima intuisco Dal profumo delicato Come del pesco Dolore Il ricordo dell’anima
mia Il buio suo profondo La profonda
solitudine Dolore Il ricordo del
perduto Amore puro Sacrificato al mio
buio Non mi odiare Se nei sogni miei Di te voglio fare L’amore mio più
profondo Non mi amare, Per questo Solo chi, come me Nel buio vive È in grado di amarmi, Senza soffrirne Tu, mio sogno: Troppo bella, Troppo dolce, Troppo delicata.
Un flebile ramo Del pesco delicato
SHABUI
-09.09.2006- October 16 -Sembri il diavolo- mi disse -cosa sono quelle unghie?e quei
occhi, labbra, capelli??- continuò adirata. Spesso mi capitava di litigare con
lei, ma quello che mi disse quella sera mi fece un gran male. Rimasi a fissare
mia madre per un attimo,per un istante il suo sguardo cambiò, forse si rese
conto del dolore inflittomi, non so, forse. Di fatto ciò che seguì quelle
parole fu il mio abbandono della casa, silenzioso, senza rabbia o rancore, solo
stupore. Scesi in strada, era poco più tardi di mezzanotte, e la neve
scendeva copiosa da un cielo di un nero profondo, terrificante. Chiusi per bene
il mio giubbotto e misi le mani in tasca, il che non servì placare i tremiti
del mio corpo. Le strade semi-deserte non sapevano di nulla. Gli angoli bui delle
vie erano addobbate come sempre da puttane, vecchie e laide, incapaci di creare
desiderio sessuale in un uomo normale, tanto più che in giorni freddi come
quelli gli uomini normali stanno a casa. Io invece ero in giro per una città
deserta in cui puttane si susseguivano a barboni e impiegati falliti ubriachi
riversi sul proprio vomito, il quale creava un leggero alone nella gelida aria. -Ma lo avete visto quello?ahahah…ma com’è conciato?!- disse
una voce maschile. -Lascialo stare, sembra pericoloso. Sembra il
DIAVOLO…ahahah…- disse poi una voce di donna. Senza rendermene conto ero arrivato nel centro dei
divertimenti da quattro soldi della città, dove discoteche di infima classe rimanevano
aperte tutta la notte, piene di drogati stesi sui tavolini. Le voci che avevo
sentito provenivano dalla porta di una di quelle squallide bettole notturne che
qualcuno ha il coraggio di chiamare Pub. Vidi lì 4 ragazzi con altrettante
donne, intenti a deridermi per il mio aspetto, ubriachi marci. Il mio cervello
non era in grado di recepire tali messaggi, ancora era concentrato sulla lite
di poco prima. Solo una parola percepivo: DIAVOLO! Ero io il diavolo? Era il
mio aspetto ad affibbiarmi tale nominativo? Cosa vi era di male nel non essere
uguale agli altri? Queste e altre domande affioravano in quei momenti alla mia
testa, mentre mi avvicinavo a quei ragazzi. -Ehi!!Satanico!!Cerchi rogne per caso?eheh…hai sbagliato
persona bello, non sai che io…- non finì quella frase. Il mio pugno destro
chiuse quella boccaccia capace solo di sparare stronzate. Gli altri tre
rimasero per un attimo interdetti, per poi darmi addosso tutti insieme. In un
attimo mi ritrovai ad essere l’unico in piedi, quella volta colpii anche le
donne. Cominciai a frugare nelle loro tasche, dove trovai piccole bustine
trasparenti con all’interno una polvere bianca. -Sarei io la feccia?Eh stronzi??!- urlai, cominciando a
prendere a calci nello stomaco il primo corpo a me vicino –Sarebbe gente come
me ad essere pericolosa??O dei fottuti tossici come voi?!Eh??Rispondete, su!-
continuai ad urlare senza smettere di prendere a calci i corpi che avevo ai
miei piedi, il cemento era ricoperto del loro sangue misto a vomito . Non
ricordo ora molto di quei momenti, solo che successivamente a quella sera
scoprì che uno di quei ragazzi era morto per via dei colpi ricevuti. Ero
diventato un assassino quella sera, ma senza saperlo continuai a vagare nel
buio di quella schifosa città. Continuai a vagare senza saperne il motivo, osservato a
lungo dalle poche persone che incrociavano la mia strada, non mi rendevo conto
di essere sporco di sangue misto a vomito. Più camminavo e più il buio scendeva su di me. Cosa induceva
le persone a considerarmi pericoloso? I miei vestiti? Il mio trucco nero che
utilizzato in viso e sulle unghie? I miei tatuaggi?Il mio sguardo? Ma in fondo
non era quello l’obiettivo principale del mio modo di essere? In primis non
desideravo altro che sbattere in faccia alla società la mia diversità, romperne
gli standard, farmi vedere, sfidare. A cosa mi serviva la voluta aggressività
che mostravo? Solamente a tener lontano le persone da me, era un modo per dire
a tutti di starmi lontano. Ma perché? Perché avevo paura delle persone, esse mi
intimorivano. Era questo ad indurmi a stare sulla difensiva. Meglio far paura
che dimostrare di averne, no? Semplice e banale. Ma io ci credevo. Era un
concetto molto semplice per me. A modo mio sfidavo la società, ne ricevevo gli
insulti: feccia, criminale, nullità, reietto, delinquente, zero, fallito,
DIAVOLO! Ogni insulto mostravo di averlo inteso appena, di esserne addirittura
orgoglioso. Mi convincevo lentamente che il rispetto è solo la sorgente
dell’ipocrisia. Vivevo spesso in una finta aggressività e violenza, il tutto
per mascherare la mia sofferenza. Mi mostravo forte, cattivo, pericoloso, ma la
notte, prima di entrare nel letto, la nera matita sui miei occhi creava
grigio-scure linee sul viso, le lacrime assumevano un colore profondo. Quella notte, in cui diventai assassino, quando tornai a
casa, fermo nel buio della mia camera, con il viso rigato da nere cicatrici e i
vestiti sporchi di sangue, dovevo davvero sembrare il DIAVOLO… October 15 MUSICHE E TESTI:
HUNTER TRADUZIONE DAL
POLACCO A CURA DI: SHABUI
Tra paradiso e
inferno
Anche un piccolo
gesto… Un tocco del cielo… Per trovare in ognuno di noi… Un comune grande
paradiso, che ci darà le ali… Permettendoci di
toccare le stelle… È per questi istanti
- una vita vagabonda…
Un dono, una propria ala,
per poi sentire il vento… È per questi istanti
- una vita folle…
Ecco il mio piccolo
paradiso… Ecco il mio piccolo
inferno… Ecco la mia grande
terra… Ecco il mio piccolo
paradiso… Ecco il mio piccolo
inferno… Ecco la mia terra… Perché decado?...
Un’alba…per
innalzarsi oltre il crepuscolo… Dormi angelo mio… Forse il sonno ti
proteggerà dalla mia malvagità…
Ecco il mio piccolo
paradiso… Ecco il mio piccolo
inferno… Ecco la mia grande
terra… Ecco il mio piccolo
paradiso… Ecco il mio piccolo
inferno… Ecco la mia terra… Perché decado?... Un piccolo grande
mondo… Strano folle mondo… Tradendo col
paradiso…di sogni irrealizzabili… Qua, giorno dopo
giorno… Si estingue ciò che
attenua il dolore… October 07 Erano le tre di notte, fino a quella ora avevo continuato a
girare per casa, tra televisione, frigorifero e computer. A nulla era servita
la prima camomilla nella speranza di prendere sonno, e così neanche la seconda.
In televisione non riuscivo a trovare nulla di interessante, in frigo avevo
mangiato gran parte delle cose che c’erano, e sul computer non v’erano musiche
che avessi voglia di sentire. Connesso ad internet cercai inutilmente qualcuno
con cui parlare. Decisi così di uscire, messo com’ero: pantaloni della tuta,
una maglietta senza maniche e un paio di ciabatte. Il mese di ottobre sa essere
veramente freddo a quella ora, senza contare le continue raffiche di vento
miste a pioggia che colpivano le mie stanche membra. Il tempo di arrivare al
garage fu sufficiente a bagnarmi completamente da capo a piedi, il che non mi
persuase a tornare sui miei passi. Il mio corpo si muoveva da solo, voleva
fuggire, voleva andare via da casa. O forse era la mia anima a muoverlo, imprigionata
tra quelle bianche mura? Passò un ora prima che guardassi l’orologio. Ero arrivato in
posti che non conoscevo. Avevo campi alla mia destra, campi alla sinistra, e
davanti una stretta e buia stradina fiancheggiata da una fila di grandi alberi.
Non avevo nulla da perdere nel proseguire, e comunque non avevo affatto voglia
di tornare indietro. La strada si faceva man mano sempre più stretta e cupa.
Dopo un breve tempo non superiore ai dieci minuti vidi alla mia destra una
piccola cittadina che sembrava sospesa nel tempo. Era circondata da alte mura e
al suo centro si ergeva un’alta torre. Il mio cuore ebbe un sussulto dal rumore
di vetro rotto. Venni pervaso dalla nostalgia, senza comprenderne la ragione.
Sorrisi al quadro grottesco immerso nella pioggia che mi si presentava a pochi
passi da Milano, non avrei mai immaginato un simile paesaggio. Sceso dalla
macchina, assorbito dal buio, coperto da un muro di pioggia vidi sparire la mia
vita, nulla più contava, niente e nessuno in quel luogo avevano importanza per
me, nessuno mi avrebbe mai trovato lì. Respirai appieno l’irreale quadro del
quale ero una figura indistinta. Risalito in macchina continuai il mio viaggio
errante, senza scopo, senza meta. Continuai ad attraversare città sempre più
contemporanee, sempre più grandi, sempre più tristi. Dove stavo andando? Perché
stavo andando? Da chi stavo andando? Andavo verso me stesso. Senza rendermene conto percorrevo
una strada conosciuta solo di giorno e in lieta compagnia. In momenti felici
condivisi con qualcuno spesso non ci si accorge dei particolari che ci stanno
attorno, mentre quella notte ogni minima particella attraversava la mia retina,
ero solo, triste, bagnato e immerso in un buio senza fine. Un solo desiderio
attraversava la mia mente in quei momenti, che la notte durasse in eterno,
affinché io ci potessi vagare per sempre, senza vedere nessuno e da nessuno
notato. Arrivai nell’ennesima città. Alti palazzi mi fecero
impallidire. Frenai di colpo, la macchina si girò di traverso alle due corsie. Uscii
in fretta. Quello che vidi non poteva essere reale, non poteva appartenere a
questo mondo. A una ventina di metri da me c’ero io, jeans, camicia e fiori
alla mano, sul viso stampato un istante di speranza sottile come un foglio di
carta. Cosa ci facevo lì? Cosa stava succedendo? Chi dei due era reale? Il mio alter ego attraversò la strada senza che io potessi
fare qualcosa. Il colore delle rose colava per terra, un rosso cremisi tagliò a
metà la strada tra me e l’altro me,era sangue! Vedevo l’altro me con in mano un
mazzo di rose fatto di sangue, e la scia lasciata da esse non disperdersi alla
pioggia. Cosa stava succedendo, mi chiesi di nuovo. Mi guardai attorno e vidi
un luogo famigliare, un luogo di sofferenze, e un alto senza fine palazzo
osservarmi immoto. Allora capii tutto!! Non potevo lasciare il mio alter ego
avvicinarsi a quel palazzo! Non potevo assolutamente! Corsi per fermarlo, ma arrivato alla cremisi linea fui
bloccato come da un muro trasparente. Provai ad urlare ma sembrava che l’unico
a sentire la mie urla fossi io. Il peso del muro d’acqua sopra di me diventava
insopportabile, restai in ginocchio, vociante verso me stesso. Il muro non
faceva passare neanche la mia voce. C’era un solo modo per fermare il mio alter
ego, avrei dovuto distruggere quella maledetta parete di cristallo. Cominciai a
colpirla. All’ennesimo colpo il muro vibrò appena e decine di spuntoni simili
ad aghi uscirono da esso ed attraversarono il mio corpo, per poi tornare lucido
e invisibile come prima. Caddi in terra e vidi il mio alter ego avvicinato da
una creatura dei cieli. Un sorriso illuminò il viso dell’altro me stesso. La
bianca creatura manovrava un corpo senza capacità di ragionamento tramite
trasparenti fili. Immerso nel buio, schiacciato da un muro d’acqua e impossibilitato
a muoversi a causa delle ferite sussultai nel vedere la bianca, bellissima
creatura annusare quelle rose e rimanere sporca di sangue in viso. Quale
visione!! I trasparenti fili che manovravano il mio alter ego si tinsero di
rosso, veniva svuotato del suo sangue! La bianca creatura si vedeva diventare
sempre più bella, sempre più candida. La pioggia tramutò in neve, in poco tempo
ne ero quasi coperto, mentre l’altro me stesso rinsecchiva velocemente. Avevo
freddo. Il mio immoto corpo era attraversato da spasmi, mentre il mio sangue
emetteva fumo nell’aria fredda. Com’era caldo! Ne ero lievemente riscaldato.
Tornai ad osservare il mio alter ego, e lo vidi in ginocchio davanti alla
celestiale presenza, svuotato del suo sangue, ma felice per averlo offerto
all’amato angelo che aveva di fronte. In quel momento i pensieri di entrambe le
mie presenze si unirono, riuscivo a percepire i pensieri dell’altra mia metà.
Non era egli più capace di amare, da bollente diventò freddo dentro, il suo
caldo sangue venne tutto offerto alla candida dea, che inginocchiandosi davanti
a lui lo baciò e lo abbracciò. Dopo averlo osservato con sguardo tenero per
l’ultima volta lo baciò di nuovo, più a lungo, per poi alzarsi e scomparire
senza mai voltarsi. Le cremisi rose che si era portata dietro la dea divennero
bianche, non avevano più il colore del sangue, erano così belle! Il mio alter
ego si alzò e si volse a me con le labbra di un color rosso vivo, mi guardò con
benevolenza, mi sorrise, mi accarezzò il capo. -Sarò così tra diciotto mesi?- mi chiese – ma almeno ne sarà
valsa la pena?- continuò sorridendo. Benché capissi solo in parte il senso
delle sue parole gli risposi prontamente –si, ne sarà valsa la pena-. Era stato
il mio subconscio a rispondere, ma intuivo che fosse la giusta risposta a
quella strana domanda. -Perché le tue labbra sono sporche di sangue?- chiesi
all’altro me stesso. -La dea mi ha abbandonato per sempre negandomi la capacità
d’amare, succhiando via tutto l’amore che avevo in corpo. Ma la benevolenza
della dea è grande, con quell’ultimo bacio mi ha infuso una quantità minima
dell’amore precedentemente toltami, e un poco del suo. In questo modo non potrò
amare che lei, fino al momento in cui il mio organismo ricreerà il sangue in
sufficienza per scogliere definitivamente il suo- mi disse il mio alter ego con
molta calma e continuando ad accarezzarmi il capo. -Ma ciò mi sembra crudele! In questo modo ti lega a sé per
un tempo indeterminato. Quanto ti ci vorrà a recuperare tutto quel sangue?-
chiesi. -Non mi sembra che tu sia in grado d’amare. Eppure tra me e
te c’è una differenza di ben diciotto mesi. È un sacco ti tempo, considerando
anche i venti precedenti a me-. -Vuoi dire che sono già passati più di tre anni?- risposi cercando
inutilmente di rialzarmi. -Resta giù, non ti sforzare. È vero, sono passati tre anni
ed oltre da quando il tuo cuore è imprigionato dalla dea, quasi due per me. Ma
ciò, nella sua crudeltà, è il più bel regalo che la dea ci potesse fare. Ci ha
insegnato il vero amore, e continuerà ancora a farlo, non so per quanto. Solo
un’altra dea pari ad essa potrà svegliarci dal nostro coma sentimentale. Io
ancora non la conosco…- -Neanche io- gli risposi. Tra lui e me una distanza di soli diciotto mesi, e l’unica
cosa rimasta uguale per entrambi era l’assenza di una nuova dea nella nostra
vita. Per il resto, dopo questi diciotto mesi mi presentai assai male alla sua
vista. Non aveva ancora il mio alter ego l’aggressività negli occhi come
maschera quotidiana da indossare davanti agli altri, ancora non si vergogna di
sé stesso. Ancora la sua voce limpida. Diciotto mesi possono cambiare tanto una
persona, ma nulla è solo negativo, nulla è solo positivo. Riuscirò io di nuovo
a non vergognarmi di me? Riuscirò nuovamente a non indossare maschere davanti
agli altri? -Ancora una cosa non ho capito- dissi – chi sei tu? E perché
il muro tra me e te mi ha ferito così profondamente?- -Io rappresento i tuoi ricordi. E il muro ti ha ferito
perché non volevi permettermi di raggiungere la dea. Pensaci. Facendolo volevi
distruggere i tuoi ricordi, quei ricordi che facevi finta di non possedere più.
A cosa ti porterebbe la distruzione dei ricordi della dea? Ad una vita più
facile? Può darsi. Ma non è quello che tu desideri. La parete di cristallo non
l’ho creata io, sei stato tu. È una protezione che tu stesso ti sei imposto,
ecco perché io ora riesco ad attraversarla e a toccarti. La distruzione del
muro di cristallo segnerebbe la tua morte, non sei destinato ad una esistenza
facile e serena. In questo consiste la tua speranza nella sorella morte-. Nulla più avevo da chiedere. In realtà ho sempre ricordato tutto, ho
solo fatto finta del contrario. Tutti i ricordi degli ultimi tre anni mi
affiorarono alla coscienza, e lì sarebbero rimasti. Il mio alter ego si sdraiò
su di me e divenne me. Allora diventai completo, con la coscienza di me stesso,
e mi addormentai sotto una tiepida piaggia. Quando avesse smesso di cadere la
neve non ricordo, ricordo solo il tepore della pioggia e le prime luci
dell’alba alzarsi su di me. October 05 Sopravissuto ad un’altra battaglia osservo i cadaveri che mi
circondano. Il loro sguardo vuoto risplende di orgoglio e felicità, sentimenti
a me sconosciuti da tempo. Eppure io sono qui, sono io a guardarli dall’alto
della mia condizione di vivo. Perché sono deriso anche dai morti? L’odore del sangue e del fango si mischia alla nausea per me
stesso. Perché continuo a lottare? Perché continuo ad uccidere gente accecata
da un falso Dio? Perché continuo a rimanere in piedi mentre gli altri mi
guardano con sguardo vuoto? Perché non riesco a trovare una morte lenta, da
gustare pienamente? Non ricordo più a quante battaglie ho preso parte, quanti
comandanti mi abbiano mandato ad una morte certa. Non ricordo a quanti
individui io abbia mozzato il capo, quanti ne abbia mutilati, costretti ad una
lenta e dolorosa morte su un campo di battaglia fatto di persone che sanno
andare solo avanti. Da quante cicatrici è ricoperto il mio corpo? Da quante
cicatrici è formata la mia anima? Non ho tempo di pensare a queste cose, non ho
tempo per i rimpianti, non ho tempo per la compassione. Posso solo colpire,
attaccare, tagliare, squartare… Perché continuo a combattere? Perché? Solo per il desiderio
di morte? Solo per questo mi scontro con un infinito numero di uomini ai quali
tolgo i sogni e le speranze? No. Io combatto per vivere, vivo per combattere. È
la mia innata follia a guidarmi, è lo spirito guerriero, folle e cieco, a
direzionare i miei passi. Godo della vita solo quando essa è senza fiato.
Questo è essere “uomini”. Perché il desiderio di morte, perché questo impulso
irrefrenabile? Perché tutto ha inizio da una perdita. Da ogni perdita vi è una
lunga strada. October 03 Sotto una battente pioggia osservavo gli omuncoli
affrettarsi al loro lavoro, alla loro scuola, alla loro occupazione sociale.
Gli impiegati stampati con la formina mi hanno sempre disgustato, non gli ho
mai digeriti. Tutti belli, tutti sorridenti, tutti sinonimo di un bello
esteticamente vuoto interiore, tutti tristi. E io ero lì, li osservavo,
sorridevo tra me e me poiché ero sempre stato giudicato da questo genere di
persone. Già, sono quel che la società definisce reietto. Vagavo ormai da
giorni in un autunno piovoso senza una meta e la violenza era l’unico modo di
sopravvivere al mondo. Sopravvivere…ma a quale scopo? La vita è in realtà molto
lontana dall’ideale ottimista di essa, l’ottimismo è semplice sintomo di
ripudio verso la realtà, sinonimo di stupidità radicata, inguaribile. La pioggia si mischiava alle mie lacrime e nessuno si
accorgeva della mia sofferenza, tutti troppo indaffarati per accorgersene.
Sempre stato così, una vita spesa a lottare contro chi voleva strapparmi le ali,
contro chi voleva plasmarmi, contro chi non vedeva le mie lacrime crearmi
cicatrici sul viso. Una volta credevo di volare, poi mi sono accorto di essere
sempre stato in un mucchio di fango, sporco, sudato, rifiutato, evitato. Attorno a me ho sempre visto persone con l’unico scopo di
crearsi una bella vita, una bella macchina, una bella famiglia. E io in mezzo a
loro cercavo solo la morte migliore, una piccola fossa nel fango, qualcuno che
mi seppellisse. Le piccole forme di vita che quotidianamente uccidiamo col solo
semplice atto di camminare sono quelle che divoreranno le nostre carni. Voglio
scomparire lentamente, voglio sentire la morte avvicinarsi, voglio gustare con
calma il suo gusto acido. Chi mi seppellirà? Non ha importanza. I miei piccoli
amici mi dissolveranno dolcemente, lentamente, e io li osserverò divertito.
Abbiamo una sola speranza in cui credere: morte. Abbiamo una sola via da seguire: sofferenza. Abbiamo un solo punto di partenza: amore.
Nessuno mi vede La pioggia mi sovrasta Le mie lacrime hanno smesso di rigarmi il viso La fine di tutto arriva in un modo tanto dolce quanto
desiderato
SHABUI -3.10.2006-
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